venerdì 19 ottobre 2012

La stanza

è ampia.
Le persone che ci lavorano scherzano, ridono, si dicono battutte da una parte all'altra.
C'è un'aria rilassata. La luce è abbastanza, l'aria respirabile.
Un sottofondo di diversi bip, suoni corti, lunghi, acuti, lenti o veloci...
Area rianimazione, tutt'intorno persone che lottano per restare in vita. Nella stanza però c'è calma, i parenti ti guardano da fuori, e a me sembra di stare in un acquario, protetto, più calmo nonostante la situazione.
Li vedi da fuori che ti osservano e cercano di leggere il labiale.
Stare lì fuori, stare qui dentro. Dentro, fuori, dentro...
Era un sorriso quello? Mi stai stringendo le mani?
E' che purtroppo ci sono troppe nuvole nel mio cielo adesso, magari se piove, poi torna il sole. Aspettiamo. 

mercoledì 17 ottobre 2012

Il Corridoio

Un Corridoio, con una grande porta antincendio "reparto rianimazione". Sedie di ferro, scomode, stile aeroporto, e due nicchie di muro, dove poter bivaccare.
Atmosfera al limite del solenne.
Vedi persone uscire dal reparto, con gli occhi gonfi e il cuore dolorante, e ti ricordi che solo ieri eri tu.
Sempre le stesse persone, sempre le stesse speranze che riempono l'aria, densa e pesante.
lui è il marito di lei, è qui SEMPRE, le parla, la accarezza, la imbocca, devoto, dedito e sollecito.
Poi lui lo incontri per Il Corridoio, è scontroso, non saluta, non vuole scambiare due parole.
Passa in quel reparto, tra letto e Corridoio, le sue giornate da tre mesi. Senza che nessuno sappia cos'ha la moglie.
Ogni giorno purtroppo, torno a frequentare quel corridoio, sperando di non vederlo, e invece è lì seduto, accanto al letto della moglie. E io penso all'amore.
Nel Corridoio altri abitanti sono i parenti del ragazzo della stanza accanto. Domenica ne ho contati 11. Magari non fanno nulla, stanno lì, giornate intere.
Mi raccontano che oggi nel Corridoio, una signora super accessoriata ha portato una cheesecake.
La cheesecake era per tutti, lei aveva piattini e forchette.
Il Corridoio è fatto di queste persone, che sono costrette a condividere, nel silenzio e nel rispetto, un dolore inconsolabile, una stanchezza annichilente.
Peró Il Corridoio ti fa sentire meno solo, nonostante tutto ti da un po' di forza.
Anche questo succede a Roma, al San Camillo.

lunedì 8 ottobre 2012

Io dico che certe volte bisogna essere grati.

Sono grata alle mie amiche.
Perchè ognuna di voi mi ha insegnato qualcosa negli ultimi quindici giorni.
Solo quindici giorni.
Quindici giorni in cui ognuna di voi mi ha mostrato un lato debole per avvicinarsi a me. Vorrei nominarvi tutte ma io so che leggendo questo ringraziamento sapete che sto parlando di voi, siete la forza che qualche mattina lascio sul cuscino.

Disperato anonimo stop.

Per non usare sempre parole mie.
dal facebook di Irene Longobardi:
tre ottobre duemiladodici
"Ci siete mai stati a Roma? Vi siete mai affacciati ai Fori, seduti a Trinità dei Monti, avete passeggiato a Trastevere? E facendolo avete mangiato un trancio di pizza al taglio, magari coi fiori di zucca, proprio come si usa a Roma? Ecco, ora Alemanno dice che non potete più farlo: se sosti a Piazza Navona e contemporaneamente addenti un panino, sei passibile di una multa di 500 EURO. Nel frattempo, da qualche altra parte della città, tralasciando le tragedie vere, si consumano altri drammi, lontani dalle occupazioni oziose del nostro sincaco: l'Angelo Mai, uno spazio aperto alla collettività dove ho assistito a concerti meravigliosi, conosciuto il teatro d'avanguardia, scambiato risate con artisti generosi e ispirati, ballato fino allo sfinimento, è costretto a sospendere le attività a tempo indeterminato per mancanza di fondi. Questi fondi, quelli che permettevano la gestione dello spazio e la continuità della programmazione, venivano solo dal bar. Il bar però, dopo decine di incursioni dei vigili, ha dovuto chiudere perchè non siamo in possesso delle licenze come un qualunque altro bar della città. L'Angelo Mai si ferma e tu, Roma, mi stai spezzando il cuore."
venti settembre duemiladodici
"Ieri a Roma: alla posta il direttore, barba di tre giorni e camicia sbottonava, aggrediva di là dello sportello una cliente. La cassiera di Castroni, rossa in viso, discuteva con una cliente indifferente e annoiata. Alla rotonda tra Via IV Novembre e Via Nazionale, 30, forse 40 pullman turistici affannavano su per il Quirinale: un ingorgo ha bloccato un crocevia nevralgico per ore e io, sfilando v
ia tra le macchine e il tramonto, ci ho messo 50 minuti a percorrere quelli che, a occhio, saranno non più di 10 km. Sul bus c'era uno che mi guardava, si toccava, e poi da fuori ha continuato a storcere il viso in smorfie ammiccanti. Ancora ci sono i manifesti ripuliti della Polverini, i lavori interminabili della metro, un'insofferenza dilagante taciuta e repressa. Non che siano cose mai viste. Ma ieri era diverso. Ami la tua città. Dopo anni sei capace di sussultare ancora a qualche sorpresa che solo Roma sa capricciosamente svelarti, ma c'è un momento in cui l'amore non basta più a sostenerti, non basta a darti ragione della tua scelta di vita. Se maturi insofferenza potresti dovertene andare, pensi, quando uno era rimasto, o tornato, apposta per restare. Dedicato a me che fui emigrante, a chi è emigrato, a chi vorrebbe non farlo."
 
Questo invece è Angelo Mai



Torna a casa Roma, sennò ce ne andiamo noi.

Terzo viaggio a Berlino, un viaggio strano, è come quando vai a vedere una cosa che vuoi comprare per la terza volta e la commessa ti guarda scocciata e interrogativa, nell'attesa che tu faccia la tua scelta. In senso positivo o negativo, però una scelta.
La terza volta perdi di credibilità, anche agli occhi degli amici che ti sentono parlare di Berlino come la città dove andrai a vivere tra qualche mese.
Berlino
Questo blog nasce per Berlino, perchè quando torno da qua, ho bisogno di guardare Roma, la mia città, con occhi più ironici e meno critici, altrimenti la convivenza è dura.
Fatto sta che lei o lui si fa trovare fresca, assolata, limpida. Facile e aperta, come sempre. Berlino la vivi, la guardi, la respiri, la cammini, ma non la capisci. Non capisci una parola, non capisci la parsimonia dei sorrisi, non capisci il silenzio.
Ho paura di lasciare qualcosa di faticosamente costruito, seguendo l'abbaglio di una facilità apparante o comunque una facilità da guadagnare, da zero.
L'Italia è invivibile, se non fosse così difficile e ingiusta, non seguirei questa scia di incompleta perfezione.
Vista da qui, dalla torre della tv, anche la vita dei disabili sembra dignitosa, a Roma ho visto disabili schivare auto sulla via dei musei vaticani, essere lasciati alla fermata perchè sull'autobus pieno nessuno è sceso per farli salire, a Roma il disabile non puó prendere la metro perchè non tutte le fermate sono attrezzate... Roma è spietata, arrogante e sciatta vive nell'ombra di quello che vorrebbe essere o che è stata - non pensa mai al presente.
Roma è difficile, sta piano piano prendendo le sembianze del sindaco che la amministra, ignorante, superficiale, apparente, fascista, qualunquista....potrei andare avanti per ore. Dove sei Roma?

venerdì 7 settembre 2012

Ode a te Roma sud


Non c’è niente da fare, tutti i quartieri che non siano a Roma sud ti indeboliscono.

E quindi giungo alla triste costatazione che io da quando sono tornata alle origini (al vecchio quartiere) mi sono indebolita, assumendo alcuni comportamenti che si possono osservare in umani in libertà residenti dai Parioli al Salario ecc.
Ora dico Roma sud perché conosco quella, ma sono certa che ce ne sono altre di aree simili che non sono al sud.

Ma torniamo a noi, succede che sempre per la solita liaison sentimentale ho venduto la mia auto, mi trovo a dover uscire con le mie amiche, ma sono senza auto, martedì sera a Roma.
Vabbè mi dico, sono pochi kilometri, prendo il 31, che problema c’è.
Erano le 21.30 e nel mio quartiere Aurelio (Roma ovest) le luci erano spente.
L’IPhone diceva che tra 9 minuti sarebbe passato il 31. Dopo 7 minuti passa un autobus ma è spento e non si ferma.
Dopo altri minuti ne passa un altro, si ferma, salgo. 4 persone in tutto, di cui due un po’ puzzolenti di alcol.

Ho avuto un po’ di paura, non so perché, non so di cosa, ma mi sono sentita minacciata da qualcosa.

Eppure quando abitavo a Roma sud prendevo notturni, navette sostitutive, ma non avevo paura, “ah bello io vengo dar tuscolano”.
Roma sud te ‘mpara a vive, come si dice da quelle parti. E’ una questione di abitanti, a ogni quartiere il suo tipico cittadino, a Roma sud mi sono fatta le ossa, ho preso sicurezza in me stessa. A Roma ovest so tornata na pivella.

Ode a te Roma sud, che dai na casa a tutti, che c’hai na pizzeria a 6 euro e un baretto zozzo.

Vorrei ma non posso.


Succede, o come dicono alcuni amici: lo fanno.

È anche vero che certe sere potresti startene su un divano a guardare il TV, ad avercelo il TV (dirlo al maschile è molto anni 80).

Vabbè, invece, pur di vedere una cara amica che ha la tipica tendenza romana a tirarsela oltremodo senza alcun motivo basato su motivazioni oggettive, esco e vado con lei, a un Finissage. (questo post è per te)

 

Allora, ricordo ancora, quando circa sei mesi fa cercavo su Wikipedia il significato di Vernissage.
Mi avevano invitato tante volte ai vernissage, ma pensando fosse una cosa troppo all’avanguardia per me (roba da studio 54 per intenderci) ho sempre declinato l’invito.
Poi l’anno scorso compiuti i 31 anni mi sono detta che avevo l’età giusta per i vernissage.
Primo obiettivo capire cosa fossero, su questo Wikipedia è stata un po’ vaga.

 Ma un Finissage cazzo, non me lo potevo perdere.
Cioè come puoi non andare ad un Finissage della mostra Re-generation  al Macro Future– ex mattatoio con performance di musica elettronica?
Cioè c’è tutto quello di cui si ha bisogno per una vera, reale, sana, serata SUPERRADICALCHIC.
E così è stato, c’erano gli hypster, quelle vestite anni 50, lesbiche, pochi gay come al solito, quelli col cappelletto, i riccetti che fanno impazzire il mondo, gli artistoidi, attori, stilisti… vabbè che ve lo dico a fa? La crème de la crème, e poi ovviamente noi.

 Non farò paragoni, non dirò che ho pensato a questo evento organizzato a Berlino o Madrid… non lo dirò, no.

 Non c’era da bere – salvo delle casse di Menabrea – sponsor ufficiale, dentro dei barili neri pieni di ghiaccio, per terra al buio, (stile festa dei 100 giorni? Avete presente?), che venivano offerte gratis. Il che mi va pure bene, carina come cosa, molto friendly – ma se la birra me fa gonfià la pancia e io per l’occasione ho messo un tubino nero che mi ci hanno sparato dentro, che faccio?

Non bevi, che  poi è pure meglio visto che non c’erano i secchi dove buttarle, e quindi sei obbligato a trattare uno spazio ex industriale recuperato in maniera meravigliosa, come una qualunque pattumiera, neanche differenziata.

 Non cera da sedersi, l’acustica era tremenda, e faceva caldo – questo si che è vorrei ma non posso.

Io sono italiana, mi lamento per la busta paga, per il cappuccino che ti ho chiesto tiepido e tu mi hai fatto caldo, per la signora che non fa la fila in posta, per il commesso scortese e dico pure che queste cose in Europa non esistono, qualunquismo allo stato puro.

Però ieri lo spazio era eccezionale, la musica non era male, la Menabrea è buona, la compagnia pure.

 

martedì 4 settembre 2012

Di notte, a Roma

succede a roma, quartiere aurelio.
succede in una di quelle notti umide, silenziose e un po sibilline.
il mio sonno appartiene a qualcun'altro stanotte, meglio non perdersi il silenzio di questo strano inizio di nottata...
il divano - ma non solo, è un giusto compagno di attesa, zitto come solo lui sa essere con lui anche la mia gatta nera, in vena di effusioni e dolcezze il che ha reso tutto più insolito...
tutti e tre distesi in fila, uno sopra l'altro, aspettiamo, ascoltiamo.
quando a un certo punto la gatta eregge le orecchie, la testa, il busto, fino a saltare felina, delicata e preoccupata per terra...
corre in terrazzo senza dire nulla, un'ombra nel buio quasi impercettibile.
mi alzo anche io vado al terrazzo mi affaccio verso il giardino del piano di sotto.
nulla.
solo qualche eco televisivo sonnecchiante e annoiato.
a un certo punto un rumore tra i cespugli, poi niente.
il solito gatto sonnambulo.
è più grande di un gatto, scende meno leggero, meno guardingo...
non è un gatto, è una volpe.
una volpe, di notte, in un piccolo giardino, in un quartiere di roma.
gironsola velocemente nel giardino poi mi sente, scappa veloce svanisce nel nulla.
io resto col dubbio l'ho sognato o è realtà? ricado nel silenzio attonita. bellissimo

martedì 24 luglio 2012

Lisboa libera

Lis é un po' difficile, come tutte le città, non si svela subito.
Lis è un "percorso in salita verso la liberazione", per usare parole di un'amica.
E così è stato, il primo giorno, complice un'alzataccia alle 4 di mattina, lei è rimasta sulle sue, svelando solo il pizzo della sottoveste e facendo intendere che non sarebbe stato facile averla.
A vedere la mappa, che poi è quella che getta più fumo negli occhi, Lis sembra una donna normale, invece è giunonica, le sue curve alte e profonde, sono così improvvise che lasciano chiunque perplesso a domandarsi, ce la faró mai? Basta fidarsi delle scale, che come lunghe trecce si adagiano sui sali e scendi di questo corpo sinuoso, e ti guidano nei punti più impensati.
Quando finalmente ti arrendi alla fatica come necessaria e alla voglia di lei - nonostante tutto, lei si lascia scoprire, lentamente si apre e ti illumina, raggiante con quella pelle lunare, composta da mille tasselli che brillano al sole accecante, quel sole brillante che viene dal mare.
Solleticarla con il cammino in lungo e largo, in alto e in basso, è appagante, ogni scalino ti libera dalla pesantezza, sono arrivata con le scarpe piene di sassi (tanto per fare una citazione) e riparto luminosa, ristorata e rinfrescata.
Chissà che i sassi che ho lasciato lì, non andranno a infilarsi nelle trecce di questa donna magnifica e che non siano proprio loro, i miei, come quelli di tutti i fortunati viaggiatori, a renderla così viva, così avvolgente?

domenica 22 luglio 2012

fanatica meno meno

lisboa non è fanatica. lisboa è come una delle donne dei film di Almodovar, articolata, femmina, lunatica se vuoi anche sofisticata nella semplicità.
siamo così abituati all'artificio come sofisticazione, che il ritorno alla semplicità è un'ulteriore sifisticazione.
lisboa non è fanatica, non se la crede, tantomeno se la tira. è lì che si lascia scorrere in silenzio, senza autocelebrazioni in una sobrietà a tratti sconcertante.
potrebbe essere la protagonista di una canzone di De André, femmina un po' lamentosa, cantilenante, che si da tra vicoli fetenti e baretti infami.
in questo momento nel punto in cui i grandi navigatori facevano ritorno dalle spedizioni alla scoperta del mondo, un grande veliero a vele gonfie di vento mi avverte del suo imminente passaggio, allora un po' fanatica lo sei anche tu, lisboa!